lunedì 6 febbraio 2012

Capitolo inedito 4

20. Rosso di sera (ferraresitudine)

Ogni anno, negli ultimi giorni di luglio, si tiene nella periferia Sud della città una grande festa popolare: un tempo Festa dell’Unità, oggi del Pd. Si chiama “Rosso di sera”. Ci vanno a cenare, giocare a tombola, ascoltare dibattiti migliaia di persone. Ci sono andato anche io per dieci anni, a rispondere alle domande scritte dai cittadini. Non so chi si è inventato la cosa, ma funziona: dall’inizio della festa vengono collocate negli stand alcune scatole di cartone con scritto “Deposita qui la tua domanda per il Sindaco”. L’ultima sera le urne sono aperte da Stefano, un bravo giornalista di “Telestense” che rovescia le schede sul palco davanti al pubblico, le seleziona, unifica i temi, scarta i doppioni e gli insulti e mi fa le domande in diretta. Niente di particolarmente difficile, niente di preparato in anticipo. Solo un gran caldo sotto il tendone e una sorta di litigio quasi rituale tra il pubblico che vuole intervenire e il giornalista che glielo nega.
Metto qui di seguito il testo quasi stenografico dell’ultimo incontro perché ne viene fuori, nel bene e nel male, uno spaccato della mia esperienza amministrativa e soprattutto della mia città: di come si discute con le persone in carne e ossa, lontano dai teleschermi e dalla Politica con la "p maiuscola" ammesso che esista ancora. Mi scuso anticipatamente per il linguaggio un po’ ruvido, ma il parlare in pubblico ha le sue regole di efficacia. E poi, con la mia gente ormai non ho più niente da perdere (e nemmeno da guadagnare).

Giornalista: buonasera a tutti. Grazie di essere qui ancora una volta tanto numerosi: l’ultima con il sindaco in carica. Di domande ce ne sono moltissime, come vedete. Direi di cominciare subito. Se riesco metto insieme i temi, per evitare ripetizioni. Cominciamo con un argomento caldo, in una serata così fresca… (mormorio nell'aria immobile dello spazio dibattiti) l’ospedale di Cona. Riassumo io almeno una decina di schede: a che punto siamo? Quando aprirà i battenti il nuovo ospedale? Era proprio necessario?
Sindaco: era necessario, sì, sono dieci anni che lo dico! Mica si poteva andare avanti con il vecchio ospedale in cui dal pronto soccorso alle sale operatorie ci sono 300 metri di corridoio dove passa di tutto, compreso i resti delle operazioni chirurgiche. Senza aria condizionata nelle stanze, con le barelle nei corridoi e dove non c'è nemmeno un parcheggio né per il personale né per i visitatori. La città merita un ospedale moderno: e quello di Cona è bello e moderno. Andatelo a vedere se non ci credete! Quando aprirà non sono in grado di dirlo, mi dispiace. Ho già fatto la figura dell’ingenuo troppe volte (per non dire di peggio). Chiedetelo alla Regione e alle ditte che ci lavorano. Mi avevano promesso due turni di lavoro giornalieri: mi hanno fatto litigare persino col sindacato edili su questo punto (perché loro preferiscono incassare lo straordinario piuttosto che non fare i doppi turni a rotazione) e poi non hanno mantenuto le promesse. Non sono interlocutori affidabili! Per fortuna ormai non devo più parlarci.

Giornalista: ecco, approfitto. Ci sono un paio di domande che le chiedono se lascerà la città quando smetterà di fare il sindaco e cosa andrà a fare.
Sindaco: perché dovrei lasciare la città? Vivo qui da quando sono nato! Ancora con questa storia… Cosa farò non dipende da me, spero mi arrivi qualche proposta. Altrimenti mi arrangerò da solo o qui o altrove.
Giornalista: c’è una domanda precisa. Dice: “Sindaco, scenderà anche lei in politica”?
Sindaco: Faccio fatica a capire cosa vuol dire, sinceramente… Mi hanno chiamato per amministrare la città e bene o male l’ho fatto per dieci anni. È stato un onore e un privilegio, ma fare l’amministratore è un mestiere diverso dalla politica (che non mi piace molto e non so fare). Se qualcuno ritiene che possa essere ancora utile a qualcosa lo dica, al momento non lo ha detto nessuno. Vuol dire che farò anche io un po’ di cassa integrazione, ce ne sono tanti…
In platea si sente un mormorio. Uno si lascia andare: “E buuum…”.
Sindaco: Non ci crede? Lo hanno scritto anche i giornali che non avrò incarichi, mi pare.
Signore: Appunto, non ci credo.
Sindaco: Infatti, se me lo raccontassero non ci crederei nemmeno io. Comunque lei è libero di pensare quello che vuole. Io spero che mi arrivi una qualche proposta, mi creda. Appena succede l’avverto…

Il signore tenta di replicare ma il giornalista lo blocca: “Le domande le faccio io, per favore niente dialogo, continuiamo”.
Giornalista: qui c’è una domanda che leggo com’è scritta. “Perché non ha fatto per l’azienda Alcoa quello che ha fatto per la Spal?”
Sindaco: Cos’è uno scherzo? Non c’entra niente la vicenda Alcoa con la Spal. Una è una multinazionale che ha deciso di chiudere tutti gli stabilimenti in Italia. Abbiamo passato mesi in attesa di un compratore: mica la poteva comprare il Comune… Dopo molta incertezza sembra finalmente che ci sia un imprenditore che la vuole rilevare, speriamo bene perché quello dei cerchioni di alluminio per auto è un mercato difficile per una piccola azienda locale. La Spal è stata acquistata da un signore che promette di curare anche il settore giovanile. Cosa c’è di male? Se lei vuol sapere perché l’imprenditore che ha acquisito la Spal viene da Lucca le rispondo subito: perché tutti i nostri imprenditori vanno a fare il tifo la domenica in tribuna ma nessuno è disposto a metterci i soldi necessari per tenere su una squadra, né da soli né in cordata.
Giornalista: Vabbè, ma si dice che il Comune non abbia fatto tutto il possibile per tenere il proprietario di prima che era di Comacchio.
Sindaco: Ma in questa città si parla sempre dopo! Quando c’era la possibilità di chiedergli di restare mi hanno spiegato che i tifosi non avrebbero gradito. Ho fatto diverse riunioni con quelli che se ne intendono di calcio (giornalisti compresi) per capire qual' era la strada migliore e mi hanno detto che era meglio cercare un nuovo proprietario e lasciare che l'imprenditore comacchiese se ne andasse. I suoi colleghi… Se poi vogliamo dare la colpa al Comune anche di questo, faccia pure. Appena me ne andrò, la Spal vincerà sicuramente il campionato…

Giornalista: Andiamo avanti. Qui dice: “Abito a San Martino, perché il Psc ha autorizzato l’espansione edificatoria del mio vicino e non la mia?”
Sindaco: Sinceramente non lo so, non conosco il caso specifico. In termini generali debbo dire però, come abbiamo spiegato decine di volte in Circoscrizione a San Martino, che i diritti edificatori non sono diritti universali. Le concessioni sono dentro un perimetro che si è considerato adatto, non è che quel perimetro si possa estendere all’infinito. Capisco che se uno ha un terreno confinante con un’area di espansione ci resti male, ma noi abbiamo il dovere di delimitare le aree su cui si può costruire. Fare dei segni precisi con la matita sulla carta…
Un signore si alza in piedi e chiede la parola. Il giornalista non gliela vuole dare. Quello urla: “Sono quello che ha scritto la domanda!” Io intervengo: “Sentiamo cosa voleva dire, facciamolo parlare”. Gli viene portato un microfono volante. Il signore mi ripete a voce la domanda che aveva scritto. Io gli do la stessa risposta. Lui si arrabbia: “In tanti anni nessuno mi ha mai spiegato perché non posso costruire e il mio vicino sì”. Io replico che non conosco la sua pratica nei particolari ma che non è possibile a chiunque costruire solo perché ha uno spazio, altrimenti il territorio si consuma. Mi accorgo che non solo non l’ho convinto ma che si sta scaldando sempre più. Cerco di chiudere: “Senta, se viene domani con la sua pratica andiamo insieme all’ufficio urbanistica e cerchiamo di capire le ragioni del rifiuto”. Lui dice che c’è andato un sacco di volte e nessuno gli ha mai risposto. Io replico che non è vero: “Le hanno risposto di no. Non è che non le hanno risposto”. Poi il giornalista, per fortuna, riprende in mano la situazione.

Giornalista: Altra domanda, un po’ pepata: “Perché non siete intervenuti in Via Krasnodar dove non si riesce più a vivere in pace? Perché state dalla parte di Don Bedin invece che con i cittadini?” E un’altra analoga: “Al grattacielo è tornata la sicurezza, perché in Via Bologna ci sono le prostitute per strada?”
Sindaco: Sono domande serie. Però mal poste, se posso permettermi. La verità è che Don Bedin fa un’opera meritoria di assistenza a decine di persone senza un tetto e un posto dove mangiare. È vero che a mezzogiorno e la sera molti extracomunitari si radunano davanti alla parrocchia, ma non è vero che rendano il quartiere di Via Krasnodar meno sicuro. Lo dicono i numeri!
Uno tra il pubblico dice ad alta voce: “Lei però abita in centro…” Io replico che Via Krasnodar, da popolare, è diventata negli anni una zona residenziale con molto verde dove si vive bene. Il signore del pubblico cambia tono e dice che proprio per questo motivo bisognerebbe evitare la presenza degli extracomunitari. Io rispondo che se c’è un problema di sicurezza lui ha ragione ma siccome non c’è, non è immaginabile che si impedisca a delle persone indigenti di andare a mangiare e dormire in una parrocchia. Non lo convinco ma il dialogo è pacato.
Sindaco: Quanto a Via Bologna, se resta come è sempre stato, un grande vialone di ingresso in città, ci sarà degrado. Se lo riqualifichiamo, come stiamo facendo con negozi e spazi sociali, il degrado non ci sarà. Mi ricordo che in un dibattito di qualche anno fa una signora arrabbiata mi ha urlato: “Abbiamo capito, lei vuole trasformare Via Bologna in un boulevard alla francese!” Forse pensava di offendermi, invece aveva proprio indovinato: un viale con i marciapiedi, le aiuole con gli alberi, le ciclabili e se sarà un po’ più stretto di prima e con meno parcheggi, pazienza.
Giornalista: e la prostituzione?
Sindaco: mi pareva di avere già risposto. La prostituzione di strada non si elimina mai del tutto: nemmeno con le retate e con gli arresti. Non date retta alla storia dei “sindaci sceriffi” che è solo propaganda… Se si qualifica e si illumina una strada e la si rende più frequentata e meno di passaggio, le prostitute si sposteranno in una zona più periferica. Ma è difficile che spariscano.

Una signora con un camice bianco addosso alza la mano dalla sala. Il giornalista finge di niente ma lei insiste. Da come è vestita sembra sia una cuoca volontaria delle cucine della festa. Alla fine le portano un microfono. La signora ce l’ha con me perché ha letto sul giornale che abbiamo regalato una bicicletta ai dipendenti comunali e pensa che è una vergogna. Cerco di spiegarle che non abbiamo regalato niente. Abbiamo dotato di bicicletta i dipendenti che si sono impegnati a non venire in ufficio in macchina. La signora insiste che sono persone che non fanno niente dalla mattina alla sera e che la bicicletta se la dovrebbero comprare da soli. Provo a ripeterle che non è loro la bicicletta ma del Comune e che la dovranno restituire (come anche io restituirò la mia) perché è uno strumento di lavoro. Lei fa segno che non ci crede: pochissimi in sala ci credono. Io azzardo: “Signora ma lei lavora qui in una cucina?” Lei mi risponde di sì. “E le pentole per cucinare, porta le sue da casa o gliele danno qui alla Festa?” La signora capisce e risponde che non è proprio la stessa cosa perché almeno lei viene per lavorare e gratis, i dipendenti del Comune invece non fanno niente e si fanno pagare. Mi ha incastrato: la bicicletta era un pretesto per parlar male degli impiegati comunali che è un tema di grande successo. Ma la signora è simpatica.

Il giornalista mi guarda perplesso, come dire: hai visto che non ne viene fuori niente di buono a far parlare il pubblico. Io gli sorrido perché la gente deve pur partecipare, in qualche modo… Si ricomincia.
Giornalista: tre domande dello stesso argomento. “Quando partirà la centrale turbogas?”, “Il nuovo forno inceneritore farà diminuire la tariffa sui rifiuti?”, “Quando apre l’asilo dei veleni?”.
Sindaco: Veramente sono tre argomenti tutti diversi uno dall’altro.
Giornalista: Ho fatto per semplificare… si tratta sempre di ambiente.
Sindaco: Capisco, ma così il tema si incasina, voi dovreste aiutare a capire. Allora: la centrale è alla fase dei test, quindi sta per essere avviata, forse in autunno. La sua tabella di marcia prevede dei limiti quantitativi alle emissioni che non possono essere violati. Se crescono le emissioni un giudice fa fermare la centrale, per intenderci. Dai suoi camini usciranno ossidi di azoto sì, ma non sostanze cancerogene, come si dice in giro. Venderà energia elettrica al petrolchimico e alle nuove aziende che volessero insediarsi nell’area. Non è un fattore di crescita occupazionale, come ho letto, ma di sviluppo del territorio. L’energia elettrica può costare meno e questo favorisce i nuovi investimenti.
Giornalista: Le chiedevano di farla più piccola e più lontana…
Sindaco: Più lontana, magari in campagna? Mentre nel petrolchimico ci sono decine di ettari non utilizzati? Non sono d’accordo. Quanto alla grandezza, non è il Comune che decide la dimensione degli investimenti dell’Eni. A Ravenna e a Mantova sono già entrate in funzione centrali identiche alla nostra. Quanto ai rifiuti, anche qui: si dimentica sempre che noi abbiamo chiuso due vecchi forni tradizionali prima di costruire il termovalorizzatore. Perché non calano le tariffe? Perché nel frattempo abbiamo deciso di chiudere le discariche che inquinano più dei forni. E perché la differenziata che vogliamo espandere, costa. Ma io credo che le tariffe debbano calare: sono d’accordo che dobbiamo chiedere a Hera di abbassarle, senza concedergli di bruciare rifiuti importati da altri territori.
Il giornalista mi guarda sornione perché sa che con Hera c’è in piedi da mesi uno scontro duro: “E come pensa di riuscirci?”.
Sindaco: Sostenendo le nostre ragioni, anche davanti a un giudice se necessario…
Giornalista: L’asilo dei veleni?
Sindaco: L’asilo della zona Est è bellissimo, andatelo a vedere. Certo, oggi non lo costruiremmo più in quel luogo, ma non è vero che c’è pericolo per i bambini. Riassumo per chi non avesse seguito la vicenda. Nella zona Est negli anni ’60 c’era una discarica, una vecchia cava di argilla della fornace usata come discarica legale. Lì dentro probabilmente sono stati versati abusivamente dei rifiuti industriali della Solvay. Negli anni le sostanze sono scese nel terreno e ora si trovano concentrazioni elevate di cloruro di vinile monomero dieci metri sotto i palazzi che sono stati costruiti negli anni ’80. Seguendo la falda acquifera le sostanze cancerogene sono arrivate anche sotto l’area dove è stato costruito l’asilo ma c’è un tappo di 6 metri di argilla che impedisce al gas di risalire…
Giornalista: Se non c’è pericolo perché la Usl vi ha vietato di aprirlo?
Sindaco: Non mi nascondo dietro le parole. La Usl dice che non si può escludere che ci sia un margine di rischio futuro. Ma il rischio zero non esiste! Anche in Regione hanno cercato di spiegarlo ai nostri funzionari della Usl: c’è molto più rischio per i bambini che respirano i gas di scappamento negli asili in città che nel nuovo asilo. E poi, mi lasci dire, la Usl non è un ente terzo che si limita a certificare (sulla base dei dati che gli offriamo noi, tra l’altro): è un ente strumentale della Regione al servizio del territorio, deve dire come se ne esce e non alzare la paletta rossa come stanno facendo. Troppo comodo…
Giornalista: E allora?
Sindaco: Allora mi sono stufato di litigare con i funzionari dell’Usl e con il Direttore che non riesce a farli lavorare nel modo giusto e abbiamo chiesto al Consiglio Superiore di Sanità di fornirci un parere formale sulla vicenda. Ho già dichiarato che se il CSS dice che c’è rischio non apriremo, altrimenti sì. Mi spiace solo che l’asilo starà chiuso almeno per un altro anno.
Giornalista: Si dice anche che qualche dirigente della Usl abita di fronte all’asilo e non vuole avere confusione di bambini e mamme davanti a casa…
Sindaco: questo lo ha detto lei…

Un signore alza il braccio e chiede il microfono. Il giornalista glielo concede. Il signore dice: “E con l’aeroporto come siamo messi?” Lo riconosco: è uno con cui ho litigato già un paio di altre feste anni fa, perché non voleva l’allungamento della pista del piccolo aeroporto turistico che sta proprio qui vicino alla festa.
Sindaco: Siamo fermi perché non ci sono più i finanziamenti che erano stati stanziati. Abbiamo perso troppo tempo e il Ministro Bersani li ha usati per l’aeroporto di Genova. È contento che non si farà niente?
Signore: Sì, sono contento, perché l’aeroporto disturba già adesso, figurarsi…
Sindaco: Un aeroporto dove atterrano solo monoelica sportivi dà fastidio? Comunque, guardi, se ci fossero ancora i soldi, i lavori per il prolungamento della pista io li farei. Ma i soldi non ci sono più e quindi può smettere di preoccuparsi. Fine del discorso...
Il signore si siede felice di averla avuta vinta sul sindaco.

Giornalista: torniamo a noi. Qui chiede se dovremo fare ancora dei blocchi della circolazione contro le micropolveri. Perché pare che non servano a molto.
Sindaco: Io penso che sulle micropolveri si debba fare di più e non di meno. Noi, con il blocco dei giovedì, abbiamo fatto di più di molte altre città. Pensi che Roma e Milano vanno in televisione per aver deciso una domenica a piedi all’anno… penoso. Ma non basta. Bisogna anche lavare le strade e ampliare le zone a traffico limitato, non bastano i giorni di chiusura, perché anno dopo anno, va sempre peggio, specie d’inverno. Per sei mesi viviamo in una camera a gas! Certo, una città da sola non può far nulla… specie se è vicina all'autostrada. Ma se si prendessero provvedimenti coordinati fra tutti i Comuni la situazione cambierebbe. È una questione di salute, non di ambiente: ricordo che i provvedimenti sono obbligatori e non facoltativi!
Giornalista: forse le altre città non hanno le micropolveri.
Sindaco: no, la maggioranza dei Comuni italiani è fuorilegge, solo che non fanno le misurazioni…

Giornalista, sorridendo: le rotatorie invece non sono obbligatorie…
Sindaco: le rotatorie sono utili a evitare le code ai semafori e l’inquinamento che ne deriva; a far rallentare le auto sulle grandi circonvallazioni e ridurre gli incidenti. Io questa ironia proprio non la capisco… si fanno in tutta Europa e qui ci dovremmo tenere i semafori agli incroci delle grandi direttrici di traffico?

Un ragazzo in piedi vuole parlare. Il giornalista si spazientisce. Il ragazzo alza la voce. Io chiedo che gli diano un microfono.
Ragazzo: Vorrei sapere cosa fa il Comune per Alcoa…
Stefano si arrabbia e dice che di Alcoa abbiamo già parlato un’ora fa. Il ragazzo si giustifica: “Un’ora fa io ero a casa mia a cena”. Il giornalista dice che adesso si va avanti con le domande scritte e basta. Io ripeto in breve quello che avevo già detto sull’Alcoa all’inizio ma il ragazzo se ne va brontolando che non fanno parlare la gente.

Giornalista: lavoro… e sgambamento cani.
Lo guardo incredulo.
Giornalista: leggo la scheda per intero. “Sono una ragazza che lavora a Bologna. La mia città mi piace molto…”
Sindaco: questo mi fa piacere…
Giornalista: “e vorrei poter lavorare qui. Ma perché non ci sono aree per lo sgambamento dei cani?”
Sindaco: come, non ci sono aree per sgambamento dei cani… ci sono dieci chilometri di sottomura a prato, per non dire dei parchi cittadini e del grande Parco Urbano…
Uno dal pubblico urla: “Che se li tengano in casa i cani!”
Sindaco: no, devono poter sgambare e però non dare fastidio a chi passeggia… adesso ci mettiamo a discriminare i cani che corrono liberamente? Poi magari i bambini perché fanno rumore?
Giornalista: e il lavoro?
Sindaco: noi non abbiamo strumenti per creare posti di lavoro. Cerchiamo di spendere bene i soldi che amministriamo, ma non possiamo compensare noi la crisi… però lasciatemi dire che il lavoro non può essere per tutti sotto casa. E non c’è niente di male ad andare a lavorare a Bologna se si trova un buon lavoro, i nostri nonni andavano in Belgio… si tratta di mezz'ora di treno! ho lavorato a Bologna per qualche anno, ma mica mi sentivo all'estero.
In platea qualcuno mugugna. Uno si alza, dice che è una vergogna che un sindaco dica certe cose. Io lo invito a sedersi e discutere: stiamo solo ragionando insieme... Ma lui se ne va bofonchiando e scuotendo la testa. Io ci resto male.

Giornalista: proviamo ad accelerare?
Sindaco: volentieri.
Giornalista: tre domande tutte sui vigili… perché non si occupano di sicurezza sulle strade invece che fare le multe per divieto di sosta?
Sindaco: questa domanda non manca mai… Si occupano anche di sicurezza, ma se non facessero le multe per divieto di sosta, noi, voi tutti, parcheggeremmo ovunque, anche in piazza del Duomo, come accadeva negli anni 60. Non si può far conto sull’autodisciplina di chi sta al volante. Mi dispiace ma è così.
Giornalista: due domande contraddittorie. Perché i ciclisti fanno quello che vogliono? E l’altra: perché non fate di più per la bicicletta? Due umanità locali contrapposte.
Sindaco: magari fossero due umanità! Sono le stesse persone (anche io) che vanno in bicicletta senza fanale e da autisti inveiscono contro i ciclisti. Lei ha il fanale?
Giornalista: io non vado in bicicletta, e lei?
Sindaco: certo, ho il fanale ma non lo uso mai… e vado sui marciapiedi e contro mano, come tutti. Detto questo, cosa vuol dire fare di più per la bicicletta? Abbiamo 100 chilometri di piste ciclabili! Io penso sia un record nazionale…
Giornalista: quindi lei non farà come a Reggio Emilia, dove hanno consentito alle biciclette di andare in senso vietato?
Sindaco: a Reggio Emilia non hanno 2,6 biciclette per abitante. Io penso, con rispetto per quella città, che abbiano fatto un errore: da noi sarebbe una vera scemenza. E poi contro mano i ferraresi ci vanno già anche se è vietato. Figurarsi se l'autorizziamo...
Giornalista: qui uno chiede perché lei non fa di più contro la zanzara tigre, ma questa gliela condono. Invece: “Perché gli anziani debbono aspettare tanto i servizi dell’Usl?”
Sindaco: quali servizi, così non capisco: abbiamo l’assistenza domiciliare, la telemedicina e persino la telecompagnia…
Giornalista: qui allude ai servizi dentistici.
Sindaco: il nuovo ambulatorio dentistico della Usl è per tutti, non è per anziani, ma anche per loro... Sono poche le città che ne hanno uno così! Me lo lasci dire che ci sono andato, per un'emergenza...
Giornalista: qui dice che ci vorrebbero più cassonetti per il vetro e la plastica.
Sindaco: sono d’accordo. Dovete insistere con Hera perché li mettano.
Un signore del pubblico chiede di parlare: “Perché avete autorizzato un nuovo forno inceneritore?"
Sindaco: si chiama termovalorizzatore.
Signore: lo chiami come vuole, io lo chiamo forno inceneritore...
Io mi innervosisco. È uno che conosco: ha un negozio di giocattoli raffinati in centro. Sono sicuro che se andassi a chiedergli una trottola cercando un giroscopio mi spiegherebbe la differenza che c'è per un'ora. Gli ripeto che ne abbiamo chiusi due e aperto uno più moderno e vincolato. Forse anche lui mezz'ora fa era a cena...
Un signore molto anziano in prima fila mi vede un po' corrucciato e mi urla senza microfono: "Sindaco, ma perché non sei un po’ più contento? Perché non sorridi più spesso quando giri per la strada?"
Io resto spiazzato. Me la cavo con una facezia: “Ha ragione, sarebbe bello lavorare col sorriso sulle labbra, ma proprio non mi viene. Magari la gente direbbe: Ma cos’ha da ridere quello…

Stefano dice che ci sono ancora molte domande cui rispondere. Sono le 23.30 e io sono sudato fradicio. Se chiudiamo qui, prometto di rispondere per iscritto sul sito del Comune a ogni domanda. Lui accetta, rimette tutte le schede rimanenti in una scatola e me la consegna. Mi alzo. Gli amici e i colleghi presenti vengono a salutarmi. È forse il mio ultimo dibattito da sindaco. Il giornalista mi dà un fascio di schede e mi dice: “Tieni, sono complimenti che ti fanno, non potevo leggerle al microfono”. Io le scorro in fretta e dico: “Sono quasi tutte di persone che non vivono in città…” Ridiamo insieme, mentre scendiamo dal palco.

sabato 4 febbraio 2012

capitolo inedito 3


22. Scambiatevi un segno di pace.

È puerile quello che sto per raccontare? Forse. Ma io non ho mai assistito a tante messe in tutta la mia vita come in questi ultimi anni da sindaco. Non sono religioso: non ho avuto il dono della fede, dovrei dire usando il linguaggio dei credenti. Per molti anni ho pensato di avere avuto il dono del pensiero razionale. Ora sono più prudente su di me e molto più tollerante verso chi crede. I miei amici stanno in tutti e due i mondi: con una qualità ben distribuita, direi: pregi e difetti. Anche io per loro, che creda o no gli è indifferente. E accettano i miei difetti di tardo razionalista, gli amici veri. Penso sia un atteggiamento molto civile: credere o non credere affidato all'intima coscienza di ciascuno. Senza bandiere e sbandieratori. Un segno di civiltà: fragile e che va difeso. Di fronte ai tanti integralismi (e alle molte ignoranze). Per questa convinzione di tolleranza ho preso posizione contro la rimozione del crocefisso dalle aule scolastiche: che c'è sempre stato e non ha mai dato fastidio a nessuno (e non mi ha mai obbligato a fare il segno della croce quando tutti gli altri lo facevano, maestra compresa). Per questo sono contrario all'introduzione del crocefisso nell'aula del Consiglio comunale: che non c'è mai stato e che sarebbe una forzatura introdurre. E citare nei trattati dell’Europa (patria di Kant e dell’illuminismo) i fondamenti “giudaico-cristiani”, mi sembra un impoverimento e non un arricchimento della nostra comune identità. Non sono agnostico per abitudine (e non voglio esserlo per ruolo): per parte mia, continuo ad apprezzare la razionalità laica come un atto di coraggio: di fronte alle domande sulla vita e sulla morte cui non si sa rispondere. Sono molto convinto che possa esistere una etica non religiosa solida e apprezzabile almeno come quella cattolica (o ebraica, o musulmana). Credo che il "giusto e il non giusto" laico e religioso si assomiglino molto. E sono sicuro che i nostri padri e i nostri nonni si rivolterebbero nella tomba a pensare che oggi litighiamo su un presepe da esporre (oppure no) vicino all'albero di natale del Comune. Alle volte si ha l'impressione che la gente stia perdendo la bussola. E persino Don Camillo e Peppone ci appaiono eroi di una convivenza e di una civiltà che sembra non appartenerci più.
Torniamo alle messe. Ho partecipato sempre a quelle ufficiali, assieme alle altre autorità. Perché credo, in quel caso, di dover rappresentare la comunità senza fare distinzioni e senza dover testimoniare le mie personali convinzioni. La messa del 4 novembre, con le associazioni di ex militari e i labari; quella del 25 aprile con le associazioni di ex partigiani e qualche residua bandiera rossa. Sono andato a tutte le cerimonie funebri degli amministratori che sono mancati in questi perché la messa per i defunti è sempre un momento di ricordo e riflessione per una persona che ci ha lasciato. Anche per chi non crede. Sono stato alla messa di chiusura dell'anno giubilare del 2000 che è durata un'ora e quaranta minuti tra cori e liturgia solenne. Ma alla fine sono stato ripagato con una "remissione generale dei peccati" che il Vescovo ha elargito ai presenti. Un "perdono totale": (tombale, diremmo noi, se il termine non fosse fuori luogo) che mi ha fatto sentire più leggero, quella sera di dicembre. E mi ha fatto capire che potere avessero davvero le indulgenze medioevali.
Alle messe di solito ascolto le cose che vengono dette e lette. Sforzandomi di cogliere, tra le parole già sentite tante volte, quel tanto di filosofico e di etico che c'è nelle scritture e nella liturgia. Non è sempre facile. Ma mi sforzo di imparare qualcosa di più. Di non essere passivo (o, peggio, indifferente). Le omelie del Vescovo che c'era durante il mio primo mandato erano difficili e spesso gliene ho chiesto una copia scritta da poter rileggere con calma. Le omelie del nuovo Vescovo sono persino piacevoli da ascoltare (divertenti, direi, se non si offendesse). Ma non leggére: perché dietro il suo modo di essere confidenziale si percepisce una mente acuta e colta.
            Sopporto meno le liturgie laiche, specie quelle pompose come l'inaugurazione dell'anno accademico, con tutte quelle stole e quegli ermellini fuori tempo massimo. Una volta ero seduto con la fascia accanto al Vescovo e all'uso ripetuto del latino goliardico confesso che qualche battuta ironica ci è scappata.
Alle messe cui partecipo non evito mai di stupirmi di quanto sia mediocre la parte musicale. Banale e sciatta persino. È un paradosso inspiegabile: siamo da secoli un paese pieno di musicisti che hanno scritto messe e musica sacra, eppure in Italia per le funzioni anche le più solenni si usano motivetti e filastrocche da far cadere le braccia (o le orecchie). A confronto con la musica sacra dei paesi protestanti siamo come vocalisti di quartiere di fronte al coro della Radio svedese, o la banda cittadina di fronte ai Berliner. Non so il perché. Mi sono sforzato di cercarne uno e mi è venuto in mente che forse la differenza sta nel tipo di chiesa e nella liturgia che sono diverse. Noi abbiamo le cattedrali più belle e famose del mondo e tutte sono piene di sculture e quadri (spesso capolavori originali) e loro hanno chiese spoglie e disadorne. Se avessimo anche grande musica la messa sarebbe troppo carica di messaggi. Loro, nei paesi protestanti, hanno cerimonie sobrie e la musica diventa più importante: l'unica via di comunicazione tra umano e divino. Non so se sia vero. Però che le nostre musiche cantate e suonate in chiesa in genere facciano pena è un fatto inequivocabile. Poi, se le abbiamo sentite fin da bambini, evocano tante cose e forse commuovono pure: come ascoltare "Tu scendi dalle stelle" sotto Natale. Ma a me non succede e quelle piccole e semplici melodie e che passano in minore alla seconda strofa e ritornano subito nella tonalità maggiore per chiudere, non cessano mai di stupire: in negativo.
Le messe in cui mi sento più partecipe, in qualche modo, pur seduto tra i banchi, non sono quelle cui vado con la fascia. E nemmeno quelle per i defunti, alle quali si partecipa per amicizia o per testimonianza. Sapendo che si fa una cosa ben fatta andando, ma che nessuna presenza istituzionale può lenire il senso di vuoto che provano i parenti della persona scomparsa.
Le messe che mi commuovono davvero sono quelle con i carcerati. Forse è anche l'atmosfera natalizia, quel tanto di voglia di essere insieme che si percepisce. Forse anche il fatto che si sta tutti in un camerone adibito a cappella, sacerdoti, detenuti, parenti e volontari che aiutano i detenuti, guardie carcerarie comprese. Ma quello è l'unico momento in cui non mi sento passivo ad assistere a una messa. E quando, l'ultimo Natale, un detenuto ha detto ad alta voce "io ho girato molte carceri (perché sono un pocodibuono) ma un vescovo e un sindaco insieme a farmi gli auguri non li avevo mai visti", mi sono sentito utile. In carcere anche le musiche che cantano e suonano i detenuti sembrano meno banali e mi sono commosso ad ascoltarli cantare le canzoni di Natale con la voce acuta, alla napoletana. Mi è venuto in mente quando da bambini per le feste andavamo a casa dai nonni, in provincia di Avellino (in mezzo alle montagne) e di quando mio nonno o qualche zio si sedevano al pianoforte a suonare e una decina di nipoti faceva coro. Un anno sono andato anche a suonare assieme ai detenuti durante la Messa officiata dal Vescovo. Un intermezzo musicale così sentito e partecipato emotivamente che nessuno mi ha fatto notare le incertezze al flauto.
In carcere quando l'officiante dice "scambiatevi un segno di pace" sai che stai per fare una cosa vera. Che ha un valore non rituale per la persona cui stringi la mano. Un gesto piccolo di solidarietà e vicinanza che resta nella memoria di ciascuno.

Mi sono preparato una frase di benvenuto per il Vescovo. Se verrà davvero alla mia relazione annuale sulle attività del Comune (il "discorso sullo stato del paese" con la p minuscola), sarà la prima volta in 6 anni che un Vescovo viene a sentire cosa dice il Sindaco.
Ho un appuntamento con lui alle 15, nella sede vescovile: che poi vuol dire dall'altra parte della strada rispetto al mio ufficio. Dalle mie finestre si vedono ovali colorati con i simboli della Diocesi e suoi personali. Il Vescovo invece vede una lapide risorgimentale sotto le mie finestre che dice: "Finalmente liberi dal giogo della Chiesa, i cittadini..."
Voglio anticipargli che, se viene, gli presenterò il Presidente della Regione e forse un po' di altri sindaci emiliani. E poi devo dirgli che ho pensato di regalargli una bicicletta alla fine della conferenza: non vorrei metterlo in imbarazzo.
Alle 15 e 3 minuti entro nel grande androne del palazzo del 700 sede della Curia Arcivescovile e lo vedo subito, da solo, che mi sta aspettando dietro al cancello. Ci salutiamo cordialmente, perché è una persona che mette subito chiunque a suo agio e ci avviamo su per la grande scalinata che porta al suo studio e agli appartamenti. Mi fa vedere i lavori che stanno facendo per ospitare alcune suore, e poi mi introduce alla serie di saloni grandi e di ambienti più piccoli in cui lavora e che si affacciano sulla piazza della  Cattedrale.
Saluto don Carlo, il suo segretario, che è persona molto giovane e gentile. Gli chiedo conferma della presenza del Vescovo alla conferenza e lui mi tranquillizza: verrà e avrà il tempo di partecipare fino alla fine. Ringrazio anche lui perché so che nell'agenda del Vescovo riservare due ore e mezzo a un avvenimento istituzionale in cui non ha parte diretta è molto raro. Approfitto per accennargli alla bicicletta e mi pare che l'idea non gli dispiaccia.
Il Vescovo mi fa accomodare nel suo studio. Si siede e mi dice che ha letto le mie relazioni degli anni precedenti per capire di cosa si tratta. Rispondo che non doveva, che si tratta solo del bilancio di un anno di attività dell'amministrazione, che lo faccio tutti gli anni: niente di più. Lui  voleva capire il taglio delle relazioni e si è permesso di buttar giù qualche riga. "Vuole che le guardiamo insieme?" Io non sono certo di aver capito, mi passa un foglio e comincia a leggere: "Nell'ultimo anno si è insediato a Ferrara il nuovo Arcivescovo..." si ferma e precisa: "l'ho scritta pensando che sia lei a leggerla alla fine della sua relazione, ma solo se le viene utile..."
"Ma certo, la ringrazio molto perché mi evita un lavoro..." rispondo io. E proseguiamo. Il testo contiene una citazione del mio discorso di benvenuto quando il Vescovo è arrivato in città e richiama i momenti più importanti vissuti insieme, le occasioni in cui ci siamo visti. Ricorda anche l'iniziativa organizzata dal Prefetto in cui hanno parlato il Vescovo, il Rabbino e un rappresentante della comunità musulmana. E quando, per i funerali di Giovanni Paolo II il Vescovo ha chiesto al Sindaco, al Rettore e al Prefetto di prendere la parola in Cattedrale durante la messa solenne.
Facciamo qualche piccola correzione e poi me la consegna dicendo: "usi e abusi del testo come vuole: utor et abutor". Mi riaccompagna alle scale. Ci salutiamo dandoci l'arrivederci al giorno dopo. Penso che inserirò il suo testo (così com'è) alla fine della relazione.

Non è vero che la persona più importante di una città sia il Sindaco, anche se lui finisce per crederlo. Il Sindaco rappresenta i cittadini e la loro volontà: potrebbe davvero parlare in nome del popolo del suo Comune, lui sì (molto meno un giudice che non sia stato eletto e che rappresenta solo in modo molto indiretto il popolo italiano: ma questo e' un altro discorso). Il sindaco rappresenta anche un’istituzione antica: il Comune. Cioè il luogo in cui si mettono "in comune" gli interessi separati di ciascuno e si prendono le decisioni migliori per il bene di tutti. Ma altre importanti cariche, con altre competenze rilevanti, stanno sul palco delle cerimonie pubbliche, o sedute nelle file dove c’è scritto “riservato”: il Prefetto che rappresenta lo Stato (e il Governo che lo ha nominato), il Questore o capo della pubblica sicurezza, il Presidente della Provincia (perché dove c'è un Comune c'è comunque sempre - inesorabilmente - una Provincia, anche se non saprei spiegare perché, specie quando i Comuni sono grandi), il Presidente del Tribunale (che rappresenta il potere giudiziario) se c'è un Tribunale. Queste persone sono chiamate "autorità civili" dal protocollo. Poi ci sono le autorità militari: i comandanti delle diverse armi e delle polizie (esercito, aeronautica, marina e poi carabinieri, polizia, finanza. E della polizia municipale: i vigili). Infine, se il Comune ne è sede, c'è il Vescovo: nel nostro caso l'Arcivescovo. Il Vescovo ha diritto al titolo di Eccellenza perché rappresenta anche uno Stato estero oltre che la Chiesa e la comunità dei cattolici.
L'Arcivescovo è pastore di anime, ma non è che il sindaco sia pastore dei corpi. Non esiste l'esclusiva in materia di benessere dei cittadini: il Vescovo si occuperà anche degli uomini in carne e ossa e al sindaco spetta migliorare anche le condizioni spirituali della sua gente. Ce lo diciamo spesso come battuta con Sua Eccellenza l'Arcivescovo. Se non c'è l'esclusiva vuol dire che, in qualche misura, vi è sovrapposizione. Si può litigare per difendere i propri spazi o collaborare. Per secoli abbiamo litigato: ma non ne vale più la pena. Se avete la fortuna di avere un Vescovo che ama il dialogo e non la contrapposizione (e se voi amate il dialogo) si può davvero collaborare per il bene della città e della comunità, con beneficio anche della politica. In questo penso di essere stato abbastanza fortunato.

mercoledì 1 febbraio 2012

capitolo inedito 2


2. Bestiario minimo (un tranquillo zoo di provincia)

I primi mesi del '99 sono stati mesi duri: per me incomprensibili e difficili. L’ostilità’ che percepivo in certe frange dei vertici DS mi lasciava stupefatto e amareggiato. Ma come, non mi avevano chiamato proprio loro a fare il sindaco? Non tutti, evidentemente. Roberto mi sosteneva, e molti altri con lui. Ma una parte dei vecchi dirigenti continuava a pensare il rinnovamento in chiave Gattopardo: una pantomima necessaria per sopravvivere e non cambiare nulla. E quando compresero che non sarebbe stato così, che pur nella mia inesperienza le cose sarebbero cambiate davvero, cercarono di attaccarci in tutti i modi. Anche sulla stampa locale, ovviamente, e per di più quella di sinistra. Sulla “Nuova” comparve una serie di articoli (rigorosamente firmati) il cui succo, con diverse sfumature, era sempre lo stesso: vedremo quanto durerà, non è il suo mestiere, non conosce la città, è un sindacalista non un politico, prima o poi si dimetterà da solo. Per non dire delle lettere anonime pubblicate e forse scritte dalla redazione. Persino una rubrica satirica settimanale firmata “Fra’ Girolamo” mi sono cuccato, piena di veleno e di insulti. Ho sentito dire che era scritta da un consigliere comunale di maggioranza ma non ne ho nessuna prova.
Ora non mi sembra vero. Ma sono occorsi un paio d'anni almeno per temperare questa situazione. Ed è stata molto dura per me e per Montanari. Non che ora siano finiti gli attacchi e i pregiudizi, ma l’aria è cambiata. O forse sono io che ho imparato a fregarmene.
Un giorno Eileen, che non ha esperienza diretta di politica, mi ha chiesto: “Quali sono i rapporti tra te e il segretario dei Ds? Che ruolo svolge, oltre ad averti chiamato?” Le ho risposto che da noi ancora, per fortuna, il partito dei Ds è in grado di registrare gli umori e le posizioni di molti strati sociali, anche non di sinistra. “Devi immaginarti, le ho detto, che Roberto sia come un elefante con un grande orecchio sempre aperto. In grado di registrare anche il minimo rumore e sentire il minimo odore strano con la proboscide. Ascolta, annusa, filtra, pesa le cose che gli arrivano (e che a me arriverebbero in ritardo) me le riporta e le discutiamo insieme. L’idea di Roberto (che è già corpulento di suo) come di un grande elefante che veglia sugli umori della città ci ha tenuto di buon umore in quei mesi difficili.
       A un mio zio che al telefono mi chiedeva (da Roma, dove abitava): "Come sta andando? è una bella esperienza?" ho risposto, senza pensarci su: "Mi sento come un cittadino di Sarajevo, che esce di casa per procurare l'acqua alla sua famiglia e i cecchini, dai tetti, gli sparano addosso". Lui che era sensibile alle immagini cinematografiche c'è rimasto male e ogni tanto mi ha ricordato quel primo sfogo forse esagerato.
        Però era davvero quello che sentivo. E a tutti coloro che mi chiedevano: "Ma chi te l'ha fatto fare di tornare qui?", in quei primi giorni non sapevo cosa rispondere. Li avrei morsi nel collo come un serpente, ma non trovavo le parole giuste per replicare.
            Ho conservato una foto della prima volta che salgo lo "scalone municipale" (una bella scala monumentale di marmo del '400)  ed entro, da Sindaco, nello storico palazzo del Comune. Sono più magro di oggi, porto un vestito leggero color crema e una borsa pesante. Ma soprattutto: ho gli occhi di un cervo che si sente braccato dai cani (o di un pollo che entra da solo nella pentola, se si preferisce).
  
Quella di Sarajevo non è l'unica immagine pesante venuta fuori dalle mie prime esperienze. Tra il tragico e il comico, un giorno, dei tanti che ci trovavamo a fare il punto sui nostri problemi nel mio (sontuoso) nuovo ufficio, ho detto a Roberto che mi sentivo come un autista che deve parcheggiare delle corriere piene di gente in un piazzale già stipato di camion e deve fare in fretta perché altrimenti la gente si arrabbia, ma nelle manovre non può urtare niente e nessuno degli altri veicoli parcheggiati, altrimenti si arrabbiano i camionisti. Un'immagine un po' barocca per dire che mi sentivo bloccato dai veti di quelli che c'erano prima e ancora stavano in mezzo a noi. Poi gli ho chiesto come lui invece vedeva il suo lavoro. Montanari ha risposto con una delle sue metafore fantastiche (e fulminanti): "mi vedo a mescolare e rimescolare un pentolone di brodo puzzolente - mi ha detto - in cui galleggiano dei pezzi di carne. Ogni tanto ne tiro su uno, te lo mostro e ti dico: "guarda... questo è un cavallo!" Tu mi rispondi: "attento Roberto che quello non è un cavallo, è uno zoccolo marcio con un pezzo di gamba attaccata". E io ti rispondo: "è pur sempre uno zoccolo di  cavallo: e comunque è l'unico cavallo che abbiamo in questo momento!"
Ne ridiamo ancora adesso, quando ci torna in mente la storia del pentolone.

Una città bellissima

6. Inizia lo spettacolo

Giovedì 26 agosto, la sera. La settimana dei buskers: i musicisti di strada che riempiono piazze e vie del centro dalle 18 alle 24. Negli ultimi anni si contano circa 800.000 persone che vengono ad ascoltare la loro musica. È buona musica ed è una festa. Si ascolta di tutto: dalle polifonie medioevali a Elvis. Accanto ai buskers, mimi, giocolieri, ballerini, cartomanti, lettori dell'iride e del lobo dell'orecchio, pittori, caricaturisti. Tutt'intorno banchi di birra alla spina, piadine e panini. I ristoranti pieni, i bar pure. La maggior parte dei negozi chiusi, come d'abitudine.
        Sono le 21.30: un giro in bicicletta, in mezzo a molte  persone. Ad ascoltare i musicisti, guardare il pubblico. Soprattutto ritrovare la città, dopo le ferie. Assaporarla con calma: verso San Francesco, Via della Paglia, Porta San Pietro: per entrare in centro dal sottomura Sud, dove è organizzato il Busker Garden: una sorta di spazio autogestito dai suonatori. Quando arrivo in San Pietro mi viene in mente che forse è finita la nuova illuminazione del quadrilatero del castrum bizantino: tra Saraceno, Carlo Mayr, Via Belfiore e Volta Casotto.  Torno indietro: c'è un cartello che spiega cosa è stato fatto. Ma non può descrivere la luce nuova, calda, non invasiva che illumina quelle strade: i ciotoli ben riallineati, i marciapiedi nuovi. La serata è quasi fresca. Il cielo è limpido: c'è un rimasuglio di azzurro scuro che contrasta con il giallo tenue delle lampade e il rosso dei muri e dei tetti, in alto. Nessuno in giro, in questa zona: i suoni e le voci che filtrano dalle finestre animano gli spazi. Oltre i tetti ritmi di musica slava: i buskers sono invitanti: quest'anno il paese ospite è la repubblica Ceca. Ma vale la pena aspettare ancora: fare il giro largo. L'area tra San Pietro e Gioco del Pallone è una delle più intatte del centro storico. Ci porto sempre i miei amici di altre città. E il momento migliore per fargliela vedere è quando comincia a far buio. Non conta la stagione. I profumi estivi e le foschie autunnali vanno bene entrambi: rafforzano quella sospensione particolare del tempo. Noi amiamo le nebbie più dense perché fanno più intimo, quasi personale, ogni angolo di strada. Gli amici del Sud ne restano spaesati.
        Torno verso XX Settembre: poi la facoltà di Architettura a palazzo Tassoni e la vecchia porta San Pietro. Che abbiamo riaperto, dopo 400 anni. Ci sono ragazzi che scendono a piedi dalle mura; altri che imboccano in bici la pista a destra, verso il Busker Garden. Sotto il bastione una lezione di ballo: il maestro che dà i comandi, molte coppie ma niente musica: "uno, due, tre, girala (e lei fa una piroetta sotto il braccio di lui), quattro, cinque, sei, dille di no (mi pare di capire). Ancora: unduetrè, girala; quattrocinquesei, dille di no". Tutti si muovono a tempo. Mi viene in mente quel film in cui due giocano a tennis senza racchetta e senza pallina e l'osservatore che li guarda ne sente lo stesso il suono.
        Seguo la ciclabile dentro il Busker Garden. Ragazzi seduti sul prato che suonano fra loro: a sinistra. Altri vicino ai banchi dove hanno esposto fazzoletti, borse, candele, fermagli. Si sentono brani musicali registrati, ma il palcoscenico è ancora vuoto. Il ristorante di fronte al palco è pieno di gente che mangia cappellacci ripieni di zucca. Molta tranquillità: aria di una festa che deve ancora cominciare. Persino troppo silenzio: e il suono dei busker attutito, al di là delle mura: chitarre elettriche, una tromba. Continuo lungo il sottomura.
        Porta Paola restaurata: approfitto per girarle intorno. Mi hanno detto che le piante messe nel varco di Porta Reno non sono state annaffiate. Provo a guardare: la terra è secca, ma adesso hanno posato un tubo per l'irrigazione.
        La porta è davvero bella: il marmo bianco con inciso il nome di Paolo V, il selciato nuovo, lo scavo davanti all'ingresso, le luci dal basso, la passerella di vetro. I lavori sono stati sospesi per qualche mese perché scavando davanti alla porta è stata trovata una barca medioevale ben conservata. Niente di speciale, ma una delle due barche medioevali che ci sono in Italia (mi ha detto l'archeologa), contro le tante barche romane: buffa cosa.
        Decine di persone a piedi escono dal parcheggio Kennedy e vanno verso il Duomo. Dall'altro lato della porta, all'ingresso di Piazza Travaglio una coda di auto con i motori accesi: qualcuno tenta ancora di entrare con l'auto in centro, dove ormai si fatica a camminare a piedi. Nel parcheggio molte auto di altre città. Gli accenti che si sentono per strada sono delle zone della via Emilia e del Veneto.
        Proseguo verso i parcheggi a Sud: ex Pisa, Cavalli. Tutti molto pieni, con gente che si incammina a piedi nel sottomura cercando un varco per entrare in città. Torno verso Ripagrande e le stradine che portano in Garibaldi all'altezza del vecchio tribunale. Anche questo pezzo della vecchia città lineare (che si affacciava sul fiume) è un bell'esempio di restauro. Questa volta soprattutto privato. Ci sono piazzette e strade risistemate: portoni che lasciano intravvedere cortili con archi intonacati e ridipinti di fresco con colori caldi. Molto mattone a vista. Dai giardini interni si sente il profumo dei fiori notturni. Nuovi ristoranti negli angoli delle strade e nuovi alberghi: piccoli ed eleganti. L'odore di pesce fritto attrae la gente verso Piazza San Niccolò. Diversi gruppi di persone assistono agli spettacoli: un complesso che suona pezzi sud americani, una ritrattista, un giocoliere. Il palazzo del vecchio tribunale è bianco come marmo sotto le luci più forti di Via Garibaldi. Davanti al portone si esibisce un gruppo di 4 ottoni. La gente gli sta attorno e si muove al loro ritmo. Il nuovo tribunale si è trasferito in Borgo Leoni, nel convento dove prima c'era il Liceo Ariosto e dove ho passato 5 anni della mia vita. Anche il parcheggio di Piazza Sacrati è pieno: anche questa sarebbe giusto farla diventare una bella piazza piena di persone e vuota di auto. Ma non sarà facile.
        Passo a lato della chiesa di San Domenico verso Piazza della Repubblica. Dietro le reti del cantiere si vedono i lavori di rifacimento, ancora in corso. Via della Luna, Via Frizzi e poi Largo Castello. Diversi gruppi di musicisti: tutti fanno il loro spettacolo senza disturbarsi troppo. Un flauto, una tastiera e un violoncello suonano Villa Lobos (mi pare). Vicino all'abside di San Giuliano un gruppo fa cabaret con vestiti quasi da clown. Suonano e fanno gag in tedesco: tutti ridono lo stesso.
        Dalla parte dei giardini, il palazzo illuminato della ex Borsa, restaurato da poco. La sua piazza interna ospita un mercatino di dischi e Cd. Davanti alla porta c'è un assaggio di vino. Viale Cavour e Giovecca sono pieni di gruppi di persone che circondano gli artisti di strada. Si fatica a passare anche con la bicicletta portata a mano. Suoni di ottoni e batterie: rock americano anni '60, tipo "dancing days". Torno verso Piazza Castello e Piazza Savonarola. Mimi, mangiafuoco, quelli che intrecciano palloncini: molti bambini col cappello a punta, stile Harry Potter. Banchi che vendono birra (in bicchieri di plastica per sicurezza). Prendo Corso Martiri e mi fermo ad ascoltare i concerti senza riuscire a vedere chi suona per la tanta gente assiepata. Qui non ci sono proprio negozi aperti: peccato. Il sagrato del Duomo è una piccola arena incavata e piena di gente. Per domani è atteso Branduardi: anche lui suonerà per strada come gli altri. Mi muovo verso la Piazza del Listone ma non riesco a passare. Anche dall'altra parte, sotto il Volto del cavallo non si può procedere se non  a fatica. Intravedo da lontano le persone e le bancarelle dei libri in Piazza Municipale. Il mio sta diventando un viaggio alla periferia dei buskers più che tra i buskers. Domani lo rifarò a piedi, nel pomeriggio.
        Taglio per la galleria Matteotti: Via San Romano è inavvicinabile. Da Via Ragno torno in Porta Reno. Un signore dall'accento romagnolo dice ai suoi amici: "questa città ha un fascino... ha un fascino... davvero speciale". Ha ragione: i muri, le chiese che sembrano quinte. Le piazze prosceni. Una lunga sequenza di spazi teatrali: ma veri. Abitati.
        Ancora gruppi che suonano in Porta Reno. Chitarre: una voce che canta come Ligabue.  E una ragazza che balla: altissima e sottile, sui trampoli. Banchi di mercato aperti in Piazza Travaglio. Ancora gente a piedi che entra in città a gruppi, da Porta Paola. Riprendo la ciclabile sotto le mura. Attraverso di nuovo il Busker Garden che si è un po' animato. Proseguo oltre Porta San Pietro verso San Giorgio. È buio. Vedo ombre di persone che camminano in direzione opposta alla mia e tende. Molte tende: quasi un campeggio tutt'attorno alla ciclabile. Panni stesi, fornelli: qualcuno che riordina le sue cose. Servizi igienici. Sembra impossibile che tante persone vivano qui da giorni senza creare problemi. Se si pensa al numero di artisti, operatori e spettatori, i Buskers sono un esempio miracoloso di ordine e senso civico. Chi si lamenta non ha mai visto una festa popolare in Germania o in Francia.
        Arrivato a  San Giorgio rientro a sinistra verso Via Scandiana e Palazzo Schifanoia. Anche qui auto parcheggiate e persone che camminano verso il centro e verso i suoni che si sentono ancor più ovattati. Anche qui odori di piante fiorite che arrivano dai cortili interni. Una ragazza mi saluta chiamandomi per nome. Mi fa piacere.
        Via Borgo di Sotto (già "Strada della morte", come dice la targa) e Via Campo Franco che non si può non percorrere lentamente, a piedi. Non c'è nessuno: non c'è mai nessuno in questa stradina, nemmeno di giorno. La luce è bassa: i buskers adesso sembrano scomparsi. La facciata del convento, il muro alto di fronte. I rifacimenti anche recenti non toccano il fascino di questo luogo. Così per centinaia di anni debbono averlo visto le suore del Corpus Domini, prima di scomparire per sempre dietro la sua porta. Così deve averlo visto Lucrezia, che riposa lì, assieme ad Alfonso.
        L' angolo di Casa Romei: la lapide che ricorda dell'assassinio di Ercole Strozzi per mano ignota, la notte del 5giugno 1508. Il Palazzo di Renata di Francia e dietro, appena restaurato, il Parco Pareschi. Cancello aperto, luci accese dal basso che illuminano gli alberi, i muri ridipinti di chiaro, nessuno: un'altra scenografia diversa, quasi arcadica. Questa città è davvero magnifica e imprevedibile. Mi viene in mente che ho girato qui uno spot elettorale: in bicicletta, senza parole.
        Corso Giovecca, angolo Montebello: mi avvicino ormai a casa. Gli sbarramenti dei vigili verso il centro: pedoni che circondano i primi gruppi di artisti. Fisarmoniche e chitarre.
        Incontro un amico giornalista. Gli dico della mia passeggiata e delle atmosfere di una città davvero unica. Insiste perché scriva qualcosa.